Di seguito, il pensiero di Nina sul nostro incontro fotografico.
«Sapevo a cosa andavo incontro quando ho scelto di farmi ritrarre da Giovanni. Per essere una persona in costante lotta con l'immagine e il peso del proprio corpo, ho sempre trovato molto semplice spogliarmi di fronte ad un obiettivo o un pubblico, e quando ci ho preso la mano l'ho trovato liberatorio.
In un periodo di grande incertezza, speravo di liberarmi anche dai miei preconcetti sul "come" dovrebbe essere, questo corpo che ho, con la pancia o senza, stressato o rilassato, migliore o peggiore di com'è stato in passato o di come sarà in futuro.
Ho voluto il nostro incontro per tanto tempo e quando è arrivato mi sono dovuta convincere a rispettare l'impegno che avevamo preso e non disdire in attesa di "tempi migliori", perché in questi non mi sentivo abbastanza in forma per posare nuda.
Ho riposto una grande fiducia nel ritratto perché mi rimandasse ad un'immagine diversa da quella che avevo in testa. Ma, alla fine, la lente ha visto comunque tutte le cose che non volevo vedere, l'immanenza del mio corpo ha prevalso sulla responsabilità del ritratto, tradendo le mie aspettative. Ancora una volta mi sono trovata a scegliere il ritratto che mi piace di più a discapito di quelli che mi mettono di fronte a ciò che di me non mi piace e che non voglio che gli altri vedano così chiaramente. Tutte le foto che ho scelto nascondono qualcosa di me.
Quello che mi ha sorpresa davvero è stata la delicatezza dell'incontro con Giovanni, la sua umanità, il suo modo rispettoso di stare dietro ad una richiesta assurda quanto impossibile da esaudire: risolvimi. Inquadrami in maniera tale che io mi piaccia di più. Dammi una luce diversa da quella che ho. Perché, poi? Perché cerco sempre negli altri uno specchio che dica "Vai bene così, così come sei".
In casa mia c'è uno specchio su cui c'è scritto: "Se non sai attraversarmi, prendi quello che dai e non parlarmi". Allora rimango zitta. Prima o poi ce la farò anche io a superare questo confine».
«Sapevo a cosa andavo incontro quando ho scelto di farmi ritrarre da Giovanni. Per essere una persona in costante lotta con l'immagine e il peso del proprio corpo, ho sempre trovato molto semplice spogliarmi di fronte ad un obiettivo o un pubblico, e quando ci ho preso la mano l'ho trovato liberatorio.
In un periodo di grande incertezza, speravo di liberarmi anche dai miei preconcetti sul "come" dovrebbe essere, questo corpo che ho, con la pancia o senza, stressato o rilassato, migliore o peggiore di com'è stato in passato o di come sarà in futuro.
Ho voluto il nostro incontro per tanto tempo e quando è arrivato mi sono dovuta convincere a rispettare l'impegno che avevamo preso e non disdire in attesa di "tempi migliori", perché in questi non mi sentivo abbastanza in forma per posare nuda.
Ho riposto una grande fiducia nel ritratto perché mi rimandasse ad un'immagine diversa da quella che avevo in testa. Ma, alla fine, la lente ha visto comunque tutte le cose che non volevo vedere, l'immanenza del mio corpo ha prevalso sulla responsabilità del ritratto, tradendo le mie aspettative. Ancora una volta mi sono trovata a scegliere il ritratto che mi piace di più a discapito di quelli che mi mettono di fronte a ciò che di me non mi piace e che non voglio che gli altri vedano così chiaramente. Tutte le foto che ho scelto nascondono qualcosa di me.
Quello che mi ha sorpresa davvero è stata la delicatezza dell'incontro con Giovanni, la sua umanità, il suo modo rispettoso di stare dietro ad una richiesta assurda quanto impossibile da esaudire: risolvimi. Inquadrami in maniera tale che io mi piaccia di più. Dammi una luce diversa da quella che ho. Perché, poi? Perché cerco sempre negli altri uno specchio che dica "Vai bene così, così come sei".
In casa mia c'è uno specchio su cui c'è scritto: "Se non sai attraversarmi, prendi quello che dai e non parlarmi". Allora rimango zitta. Prima o poi ce la farò anche io a superare questo confine».